Montebello, il castello di Azzurrina

EMILIA-ROMAGNA

La storia: Dall’alto dei suoi 436 metri, Montebello domina elegante la valle del Marecchia e dell’Uso, offrendo anche al visitatore più esigente un affascinante percorso tra storia, arte e natura. Il castello è tristemente famoso per un fatto di cronaca diventato leggenda. La fortezza è legata alla storia di Azzurrina, una bambina di soli cinque anni che scomparve misteriosamente nel nulla. La presunta presenza del suo fantasma attira ancora oggi curiosi e visitatori. Il suo vero nome era Guendalina, figlia di un certo Ugolinuccio o Uguccione, feudatario di Montebello nel 1375, fu la protagonista di un triste fatto di cronaca. Era il 21 giugno di quel lontano anno quando, nel nevaio della vecchia Fortezza, la bimba scomparve e non venne mai più ritrovata. La penna di un raccoglitore di storie del XVII secolo fermò così, su carta, quella che, ormai, era già una leggenda: Azzurrina. “… aveva gli occhi color del cielo e i capelli chiari coi riflessi azzurrini …” Da qui, dunque, deriva il soprannome di Azzurrina e la sua suggestione, da un ‘vero’ fenomeno che, se visto più da vicino, si scopre risultato di una tinta venuta male, perché la bambina nacque, in realtà, con capelli bianchi: albina. La diversità dell’altro è una cosa che non di raro spaventa l’uomo, oggi come un tempo. Il sospetto poi, portato all’estremo, conduce a volte, a credere in estremi rimedi. Eliminare il diverso e con esso ciò che rappresenta, può essere visto come una soluzione. Fu allora, per difendere (o nascondere) la figlia che i genitori le tinsero i capelli, ma il bianco dell’albinismo non trattiene il colore, reagisce al pigmento diventando azzurro. Ecco spiegato lo ‘strano’ caso e l’appellativo ad esso legato. Si narra che a causa del suo aspetto, veniva tenuta nascosta all’interno del castello per proteggerla dalle accuse di stregoneria. Una notte, durante il solstizio d’estate del 1375, imperversava un violento temporale e la bambina giocava con la sua palla di pezza per le stanze del castello, sempre sorvegliata a vista da due guardie personali. Improvvisamente la palla rotolò giù nei sotterranei e cadde nella ghiacciaia (un pozzo profondo chiuso da un’unica botola e senza altre vie d’uscita). Improvvisamente le guardie udirono un urlo straziante, ma accorse sul luogo dell’accaduto, presso la ghiacciaia, non trovarono nulla: la bambina era svanita, di lei non rimase alcuna traccia e non venne mai più ritrovata. Ma cosa spinge tanta gente a percorrere le tortuose strade della millenaria rupe, per giungere in fine alla Rocca di Mons Belli? Per scoprirlo riprendiamo il nostro manoscritto seicentesco e continuiamo a leggere: “… e si narra che, allo scadere del solstizio estivo di ogni lustro, un suono proveniente da quel sotterraneo cunicolo si faccia ancora sentire.” Siamo nel 1990, il Castello è aperto a Museo da appena un anno, ciononostante, la leggenda è già di dominio pubblico. C’è chi si schiera subito a sostenerla ciecamente, chi la contesta, molti la temono, altri la deridono, ma tutti ne parlano. Allora, il 21 giugno di quell’anno, tecnici del suono interessati a tali episodi effettuano le prime registrazioni. Le apparecchiature sono sofisticate. Tutte le frequenze vengono incise. In sede di studio si procede all’ascolto: tuoni, uno scrosciare violento di pioggia, poi…un suono. La leggenda continua a stupire studiosi e ricercatori, si aggiungono immagini negli anni successivi e le ricerche continuano. Ai turisti in visita alla Rocca vengono fatte ascoltare tutte le registrazioni. Le reazioni rimangono tuttora le più diverse, se non addirittura contrastanti. Ad alcuni sembra un pianto di bambina, ad altri una risata, molti dicono di sentirci una voce, di distinguerci una parola, tanti altri sostengono di non sentirci né più né meno che vento e pioggia nel temporale. Oltre alla visita diurna del castello, c’è anche la possibilità di effettuare la visita notturna, adatta ad un pubblico adulto. Non indicato per bambini. Si affronta soprattutto l’aspetto paranormale della rocca. Si trattano gli aspetti più truci ed oscuri del medioevo e dello svolgimento delle ricerche sul paranormale.

INFORMAZIONI UTILI

Indirizzo: Via Castello di Montebello, 7, 47825 Poggio Torriana RN.
Come arrivare: In Auto: Uscita Rimini Nord – S. Arcangelo di Romagna, seguire le indicazioni per Torriana e proseguire per Montebello. In Treno: Dalla stazione di Rimini, autobus n.9 o treno regionale fino alla stazione di S. Arcangelo di Romagna.
In autobus: Dalla stazione di S. Arcangelo di Romagna, autobus n.166.
Orario visite: Orario Estivo: Diurno: Dal 1 Giugno al 15 Settembre, tutti i giorni escluso il Lunedì, dalle 14.30 alle 19.00. Agosto aperto anche lunedì 07, 14, 21, 28. Notturno: Giugno il Venerdì, Sabato e Domenica. Luglio e Agosto: Tutte le sere escluso il Lunedì. Agosto anche lunedì 07, 14 , 21, 28. Settembre: 01, 02, 03, 08, 09, 10, 16, 23, 30. Dalle 21.30 alle 23.00 solo su prenotazione. Bambini ammessi dai 11 anni. Dal 16 Settembre al 31 Maggio. Visite Diurne: Ogni Sabato, Domenica e Festivi dalle 14.30 alle 18.00 escluso 25 Dicembre Notturno: Sabato sera dalle 21.30 alle 23.00 solo su prenotazione.
Bambini ammessi dai 11 anni.
Prezzo biglietto: Visite diurne: 8 €, bambini gratis, gruppi da minimo 25 persone 6 €, scuole 5 €. Visite notturne: 15 €.

informazioni e immagini reperite da: https://www.castellodimontebello.com

Gragnano, città della pasta

CAMPANIA

La storia: Gragnano è un comune italiano della città metropolitana di Napoli in Campania. È conosciuta a livello europeo come la Città della Pasta. La tradizione pastaia di Gragnano ha origini che risalgono addirittura al tempo dei Romani. All’epoca le acque del torrente Vernotico scendevano verso la “Valle dei Mulini”, macinando il grano che veniva poi utilizzato dalle città limitrofe di Pompei e di Ercolano per fare il pane. A causa della necessità delle classi più povere di avere scorte di alimenti che costassero poco e che portassero sazietà velocemente nacque una nuova produzione, quella della pasta secca, che permetteva di conservare la semola a lungo. Ma la pasta di Gragnano, fino a quel momento poco diffusa, ottenne invece successo nel XVI-XVII secolo, periodo in cui, a causa della carestia, era fondamentale avere del cibo che si conservasse a lungo, fosse economico e saziasse. Le origini della produzione della Pasta di Gragnano così come la conosciamo oggi risalgono al XVI secolo. Siamo nel Regno di Napoli, dove i “Maccheronari” (o meglio i venditori di pasta) dominavano già il mercato locale grazie al basso costo della pasta, incentivati dalla crescente richiesta dovuta alla numerosissima popolazione campana. Vari pastifici a conduzione familiare fiorirono intorno a città dove c’era una grande presenza di mulini e di acqua come, per l’appunto, Gragnano. Nel 1845 ci fu la svolta: Ferdinando II di Borbone, durante un pranzo, concesse ai pastai gragnanesi il privilegio di rifornire le cucine di corte di paste lunghe. A partire da questo momento Gragnano venne battezzata come “la Città dei Maccheroni”; il 75% della popolazione di Gragnano lavorava la pasta, producendo oltre 1000 quintali di pasta al giorno. Per le strade di Gragnano veniva messa la pasta a seccare e i seguenti sviluppi e costruzioni della città vennero fatti nell’ottica di agevolare la produzione di pasta, rendendo le strade ventilate e soleggiate. Insomma, Gragnano si trasformò in un grande essiccatoio naturale, in cui per le strade l’elemento predominante erano le canne di bambù che fungevano da supporti per stendere la pasta. Nel 1885 la rete ferroviaria raggiunse Gragnano, permettendo così la diffusione dei prodotti in tutta Italia. Verso la fine dell’800 ci fu il boom della produzione di pasta e un enorme incremento delle esportazioni, indirizzate soprattutto ai paesi maggiormente coinvolti dall’emigrazione italiana, come ad esempio gli Stati Uniti, facendo conoscere la tradizionale pasta di Gragnano anche all’estero. Le esportazioni crebbero esponenzialmente per circa un ventennio, fino ad un picco di 709.000 quintali nel 1913. Tre quinti circa di questa pasta erano prodotti in provincia di Napoli, in particolar modo a Gragnano e a Torre Annunziata. Si affermò il nome di Gragnano negli U.S.A, rendendo la pasta di Gragnano un prodotto famosissimo e molto apprezzato. Il suo successo – dovuto alle materie prime di qualità e all’arte secolare dell’essiccazione – fu tale che molte industrie americane tentarono di emularne il successo creando marchi falsi per spacciare come pasta di Gragnano le proprie produzioni. Oggi, la pasta di Gragnano è un prodotto certificato I.G.P. , marchio che garantisce l’indicazione geografica protetta. Affinché la pasta venga certificata I.G.P deve rispettare determinati requisiti, primo tra tutti la produzione circoscritta al Comune di Gragnano, utilizzando solo acqua locale e semola di grano duro. La valle dei Mulini di Gragnano è un complesso e perfetto sistema idraulico realizzato due Secoli, prima della nascita di Leonardo da Vinci. È una valle dei Monti Lattari, ubicata nel territorio del comune di Gragnano, dove per circa seicento anni sono stati attivi numerosi mulini, che, sfruttando le acque del torrente Vernotico, producevano farina e, in minima quantità, pasta. Oltre alla presenza di acqua, che assicurava il funzionamento degli impianti anche quando quelli presenti nella Valle dei Mulini di Amalfi erano impraticabili per siccità, i mulini godettero di ottima fortuna per la vicinanza con il mare. Con il passare degli anni la Valle dei Mulini e la sua attività divennero la principale fonte di sostentamento per sfamare la città di Napoli ed i suoi dintorni. L’attività cessò definitivamente intorno agli anni quaranta del XX secolo ed i mulini, abbandonati, furono in parte ricoperti dalla vegetazione: la loro particolare architettura ne fa un interessante esempio di archeologia industriale ed a partire dall’inizio degli anni 2000 l’intera valle è diventata oggetto di visite turistiche, anche in notturna, grazie all’illuminazione delle strutture.

INFORMAZIONI UTILI


Indirizzo: Gragnano, Napoli.
Indirizzo Valle dei Mulini: Mulino Porta Castello, Via del Presepe, 18, Gragnano NA.
Come arrivare: Da Napoli Prendere l’autostrada per Salerno e uscire al Casello di Castellammare di Stabia, seguire la segnaletica per Sorrento, penisola Sorrentina. Dopo la prima galleria che si incontra, uscire a Gragnano e seguire le indicazioni.
Possibilità di visita guidata gratuita previa prenotazione. Il percorso dura circa due ore.

informazioni e immagini reperite da: https://www.agi.it/cronaca/news/2023-09-08/gragnano-citta-pasta-22944680/

Caggiano, il paese dei Templari

CAMPANIA

La storia: Caggiano è un paesino in provincia di Salerno di circa 2600 abitanti e, come tale, è considerato realmente piccolo. Al suo interno, tuttavia, si possono ritrovare pezzi di storia, miti e leggende, ricordi e tradizioni che lo fanno diventare una importante pietra miliare della nostra cultura campana e salernitana. La lente di ingrandimento attraverso cui osservare Caggiano è prettamente storica. Come un’anziana donna, conserva la saggezza e i ricordi di un mondo ormai antico, ma, fortunatamente, non dimenticato. Le prime popolazioni che abitarono il territorio furono quelle di derivazione sabellica, dando ospitalità ai Greci già nel VIII secolo a.C.. Particolare ruolo ebbe nella seconda guerra punica: Annibale vi organizzò un’imboscata per il suo acerrimo nemico, Marco Claudio Marcello. Fu con la dominazione normanna nel 1070 che venne costruito il poderoso castello, posto a guardia del cammino verso la Puglia e la Calabria e così Caggiano controllava così anche i pellegrini diretti verso la Terra Santa. Il paese non fu sordo agli echi delle rivoluzioni della fine del Settecento. I cittadini, infatti, fondarono il Club della Libertà. Nemmeno in seguito si tirò indietro, con i moti dell’Ottocento. Caggiano, direttamente o indirettamente, prese parte ai momenti chiave della nostra storia. Il borgo sorge a ridosso dei monti Alburni e le leggende narrano che al loro interno vi risiedono dei Titani. Fuggiti dal Mar Tirreno, tentavano di scappare dalla rabbia cieca di Nettuno. Sempre secondo la leggenda, i Titani si spostano verso oriente ogni volta che c’è un terremoto, avvicinandosi sempre di più a Caggiano. Avvolti dal mistero, i Titani non sono gli unici personaggi affascinanti che animano il paesino. Il borgo porta con sé la tradizione dei Cavalieri Templari. Essi si fermavano a Caggiano per rifocillarsi durante il loro viaggio verso la Terra Santa. Tra le viuzze del paese, silenziose e trasudanti di storia, sembrano muoversi gli spiriti di questi cavalieri. Cerchi pitagorici e croci si possono trovare per il paese ma ciò che attrae di più i visitatori e gli abitanti è la Pietra Santa, proveniente dal tempio di Gerusalemme. Il punto più suggestivo, però, è Marvicino (o Malaucin in dialetto). L’origine del suo nome ha due versioni: alla fine della via, sulla destra c’è una finestrella chiusa dove, si dice, abitava un vicino scorbutico e antipatico. La seconda versione, più romantica, è dovuta al paesaggio formidabile che si staglia davanti. Il belvedere, infatti, permette di vedere il mare del golfo di Salerno nei limpidi giorni di sole. I portali del centro storico del paese, in particolare in via Marvicino, presentano il “picchiotto” (truzzulatùr), usato per bussare, semplice ad anello, oppure decorato con vari motivi, da quelli antropomorfi a quelli animalistici. La Chiesa più antica è la “Chiesa di Santa Maria dei Greci” del VI secolo, danneggiata dal terremoto del 1980. Conserva una preziosa testimonianza dell’età bizantina. Al suo interno custodiva undici dipinti molto importanti che sono stati restaurati e trasferiti nel castello normanno. Sette di questi sono stati realizzati dal pittore Nicola Peccheneda nel XVIII secolo. L’altare maggiore è in marmo mentre quello in legno è dedicato a San Bartolomeo. Una leggenda dice che sul muro esterno ci sia la pietra Santa portata dai templari direttamente dalla Palestina. E in molti la toccavano come segno di buon augurio.

INFORMAZIONI UTILI

Indirizzo: Caggiano, Salerno
Indirizzo Marvicino: Vico Ninfa, 1, 84030 Caggiano SA.
Come arrivare: In auto Caggiano può essere raggiunto o in autostrada, percorrendo la Salerno-Reggio Calabria ed uscendo a Polla. In treno è raggiungibile anche tramite le Ferrovie dello Stato: sulla la linea Battipaglia- Lagonegro con l’autobus del servizio sostitutivo scendendo alla stazione di Polla.

informazioni e immagini reperite da: https://fondoambiente.it/luoghi/caggiano?ldc

Triora, il borgo delle streghe

LIGURIA

La storia: Nell’entroterra della Liguria c’è un borgo arroccato a 800 metri di altitudine, circondato da monti e vallate, che nasconde un terribile mistero. È stata una tragica storia accaduta alla fine del 1500 che ha dato a questo borgo medievale il soprannome di “Paese delle streghe”. Alcune donne del posto furono infatti accusate di stregoneria, subendo uno dei più celebri processi tenuti del nostro Paese. Così feroce da far soprannominare il paese la “Salem d’Italia”. In memoria di questi tragici avvenimenti è stata istituita una vera e propria festa dedicata alla stregoneria chiamata “Strigora”, che si svolge ogni anno la prima domenica dopo Ferragosto tra i carrugi dell’antico borgo. Qui le streghe e i loro simboli sono ovunque: sotto forma di statue e dipinti murali, in oggetti abilmente collocati in vicoli stretti e, naturalmente, nel Museo etnografico e della stregoneria. Il museo è stato aperto solo cinque anni fa e mostra in dettaglio non solo la vita rurale di quell’epoca, ma conserva anche i protocolli originali degli interrogatori e delle torture delle donne accusate di stregoneria. Tutto ebbe inizio nell’ottobre del 1587, quando nella zona che era considerata il granaio della Repubblica Genovese (in quanto ne era il principale fornitore di grano), per due anni di seguito il raccolto fu fallimentare. Quale poteva esserne il motivo? La gente ritenne subito che si trattasse degli incantesimi delle streghe. E chi erano queste perfide donne? Le vicine del paesino! In poco tempo, circa due dozzine di donne furono incolpate della siccità, della conseguente carestia, della morte del bestiame e persino accusate di mangiare i bambini. Un inquisitore genovese, Girolamo Del Pozzo, arrivò a Triora e avviò un’indagine. Tredici donne, quattro ragazze e uno sfortunato giovane, in stato d’arresto, sotto tortura confessarono ogni cosa. Alcune case furono trasformate in prigioni e una di queste è oggi aperta ai turisti. I primi decessi avvennero ancor prima del verdetto: Isolde Stella, matrona sessantenne di una famiglia nobile, non sopravvisse alla tortura crudele, mentre una sua amica decise, purtroppo, di buttarsi dalla finestra. Dopo queste tragedie, il Consiglio degli Anziani chiese agli inquisitori di agire con maggiore cautela, ma ormai non si poteva più fermarli: soltanto una ragazza di tredici anni venne liberata. Nel maggio 1588 i prigionieri furono trasferiti a Genova e si fece di tutto per trovare nuove vittime. Di conseguenza, due anni dopo, furono tutti condannati all’esemplare pena capitale della morte a rogo, ma dopo l’intervento del doge genovese Davide Vacca, il processo fu rivisto e i torturati furono addirittura rilasciati, anche se non tornarono mai a casa. A Triora di streghe – almeno apparentemente – non ce ne sono più, ma il borgo ha ideato alcuni itinerari alla scoperta dei luoghi simbolo delle streghe che conducono i numerosi turisti che si avventurano da queste parti alla scoperta di quello che è diventato uno dei Borghi più belli d’Italia e che è stato insignito della Bandiera Arancione.

INFORMAZIONI UTILI

Indirizzo: Triora, situato nella Riviera Ligure di Ponente, in provincia di Imperia.
Come arrivare: In auto: Autostrada A10 Genova-Ventimiglia uscita Arma di Taggia, quindi seguire indicazioni per Triora (SS 548).
In treno: Stazione FF.SS. di Taggia-Arma o Stazione FF.SS. di San Remo.
Indirizzo museo: Corso Italia 1 – 18010 Triora (IM).
Orari di apertura: 1° ottobre – 31 marzo: Aperto tutti i giorni dalle 14,30 alle 18,00. Sabato, domenica e festivi

informazioni e immagini reperite da: https://lamialiguria.it/2023/10/triora-il-paese-delle-streghe/

Castropignano, il Cantone della Fata

MOLISE

La storia: Il Cantone della Fata è al centro di una leggenda secolare, di una storia realmente accaduta e di una suggestiva meta turistica. Si tratta infatti di una struttura rocciosa posta nel bosco di Carpineto,all’interno del territorio di Castropignano, luogo in cui anticamente è sorto il Castello d’Evoli, per via della sua posizione privilegiata relativa alla protezione del territorio ma anche come simbolo di potere. La leggenda della Fata non è datata, ma è presumibile che il periodo in cui la storia è ambientata si trovi tra il Basso Medioevo e l’inizio dell’Età Moderna. Racconta di una giovane e splendida ragazza che volle sottrarsi allo ius primae noctis, quella consuetudine che dava a un nobile il diritto di giacere con tutte le ragazze illibate del suo feudo. Fata, così si chiama la protagonista della leggenda, proprio a causa del suo fascino, fu l’oggetto del desiderio del feudatario, nonostante fosse promessa sposa a un pastore di nome Antonio, i due anche se poveri erano molto innamorati. Il feudatario fece imprigionare il proprio rivale in amore e mandò un anello alla giovane, per chiederle di diventare la sua favorita: gli anelli, nella letteratura del Medioevo ma anche nella tradizione orale, simboleggiano spesso i rapporti sessuali e le relazioni fisiche. Fata rifiutò e vagò disperata, dopo aver saputo che Antonio era in carcere, ma nella sua erranza venne braccata da alcuni sgherri del feudatario, che involontariamente la spinsero verso uno strapiombo vicino al castello, che da allora prese il nome di Cantone della Fata. Fata si fece così il segno della croce e morì cadendo nel vuoto, preferendo la morte al concedersi a un uomo che non amava, prima di gettarsi esclamò “N’Donie, N’Donie mia” (Antonio, Antonio mio), un ultimo pensiero al suo amato prima di togliersi la vita. La leggenda riporta che il fantasma di Fata giunge ancora nel luogo in cui la giovane perse la vita, nelle notti serene, a piangere e pregare. Inoltre si dice, ma difficilmente questo aneddoto corrisponde a verità, che il castello possedesse originariamente 365 camere da letto, cosicché i feudatari potessero utilizzarne una diversa ogni notte: il castello è vasto sì, ma non tanto da giustificare 365 camere da letto, più altri vani come cucine o stanze per la servitù. Per cui, questo altro non è che un mito.

INFORMAZIONI UTILI

Indirizzo Cantone: Contrada Pelletta, 86010, Castropignano CB.
Indirizzo Castello: Viale Del Castello, 86010, Castropignano Italia.
Informazioni per la visita: Visite gratuite. Le visite dovranno essere richieste con anticipo al Comune di Castropignano ai seguenti contatti: 0874.503132 e al 338.2557205.

informazioni e immagini reperite da: https://www.famedisud.it/il-castello-di-castropignano-e-lantica-leggenda-del-cantone-della-fata/

Lago di Bolsena

LAZIO

La storia: Il lago Bolsena, in provincia di Viterbo, è il più grande lago vulcanico d’Europa e quinto, per grandezza, tra i laghi italiani. Si dice che qui siano avvenuti due miracoli: S. Cristina, figlia del prefetto Urbano, fu gettata nell’acqua con una pietra al collo. La pietra non la trascinò sul fondo, bensì, come un salvagente, la fece galleggiare. Il masso, con le impronte della ragazzina, è conservato nella Collegiata di S. Cristina dove, nel 1263, avvenne un altro miracolo: un prete che celebrava la messa vide uscire dall’ostia del sangue che macchiò le pietre del pavimento. Ma non solo. Al centro del lago svettano le isole Bisentina e Martana, dove la leggenda narra sia stata tenuta prigioniera e uccisa la regina dei Goti Amalasunta. Unica figlia del defunto re degli Ostrogoti Teodorico, diventa regina a causa della prematura scomparsa del figlio. Lei era saggia, intelligente e acculturata, il popolo, però, colmo di invidia, non apprezzava la Regina in quanto mal sopportava una donna al potere che potesse governare anche gli uomini, nonostante le sue decisioni fossero giuste ed eque. Così Teodato, suo marito, per non scontentare il popolo, si appropriò del suo potere. Per conservare indisturbato lo scettro e per avere il favore della gente, tese un tranello alla moglie con l’obiettivo di allontanarla dal regno e avere il completo appoggio degli abitanti. Un giorno le affidò una missione verso Roma. D’accordo con alcuni uomini del popolo, mentre lei si incamminò nel bosco per iniziare il suo viaggio verso la capitale, le venne tesa una trappola. Catturata e rapita, venne portata sull’Isola Martana nel Lago di Bolsena. Amalasunta si innamorò, ricambiata, di Tomao, suo guardiano; Teodato scoprì la tresca amorosa e fece uccidere Amalasunta il 30 aprile del 535. Sembra che dopo la morte la regina venne messa a giacere in una carrozza d’oro e poi sepolta, ma nessuno ha mai ritrovato la carrozza d’oro. Nella zona e soprattutto nei pressi dell’Isola Martana sul lago, quando ancora oggi in occasione di forte vento si avvertono suoni particolari, fischi, sibili, ululati, si dice possano essere le grida dello spirito della Regina Amalasunta che mal ha digerito il trattamento riservatole dal marito e dalla gente del popolo.

INFORMAZIONI UTILI

Indirizzo: Lago di Bolsena, Viterbo, zona alta Tuscia.
Come arrivare: Il lago di Bolsena è facilmente raggiungibile dall’Autostrada del Sole A1, dall’Aurelia (SS 1) e dalla Cassia (SS 2). Con il treno è raggiungibile facendo scalo a Orvieto (TR), Viterbo o Zepponami (frazione di Montefiascone) per poi proseguire per mezzo di autobus di linea. L’aeroporto nazionale e internazionale di Roma Fiumicino dista circa 125 Km mentre il porto di Civitavecchia (RM) 60 Km dai primi paesi del bacino lacustre.
Attività: Tour di navigazione del lago
Durata: 1 ora.
Costo: 12 EURO a persona
Periodo: tutto l’anno (meteo permettendo)
Orari partenze: feriali ore 11.00 / 15.30 – festivi ore 11.00 / 15.30 / 17.00 (dal porto di Capodimonte).
Numero partecipanti: minimo 15.
Nei mesi estivi è prevista una sosta per fare il bagno nelle vicinanze dell’isola Bisentina. Prenotazione non necessaria. Presentarsi all’imbarco in anticipo di 20-30 minuti.

informazioni e immagini reperite da: https://www.lagodibolsena.org

Castello di Torrechiara

EMILIA-ROMAGNA

La storia: il castello fu eretto nel 1448 su volere del Conte Pier Maria Rossi, gran condottiero militare e intellettuale molto colto, come tributo al suo amore per Bianca Pellegrini: la nobildonna conosciuta alla corte milanese degli Sforza. Entrambi giovani, bellissimi, raffinati, ma
sposati, si innamorarono perdutamente. Ecco perché fece erigere l’incantevole castello di Torrechiara, un nido d’amore dove i due amanti possono vivere la loro folgorante passione amorosa. Ma ogni storia d’amore ha una fina e questa terminò quando la splendida amante bianca morì e il Conte ordinò che venisse seppellita proprio nel castello di Torrechiara. Ma il suo dolore durò poco, poiché nel giro di due anni toccò anche a lui la stessa sorte. Il Conte lasciò solo un ultimo desiderio prima di morire: poter essere seppellito accanto alla donna che più aveva amato nella sua vita, non sua moglie, ovviamente, ma il suo amore immortale Bianca. Questo desiderio non viene assecondato, infatti, secondo la leggenda della dama, durante le notti di luna piena, si aggira nel castello in cerca del suo innamorato mandando, a chi ha la fortuna di vederla, quel bacio che ancora vuole dare. Mentre il fantasma del Conte vaga nei pressi del castello infelice e distrutto per l’amore perduto e pronuncia un motto dedicato alla sua amata Bianca “Nunc et semper” (Ora e sempre), questa frase d’amore è presente nell’affresco della celebre Camero d’oro del castello, fatta costruire dal Conte, con un nastro che lega i cuori dei due amanti e sui quali sono effigiate le loro iniziali. La storia, però, non finisce qui: all’interno del castello si aggira un’altra presenza femminile. Molti credono che sia Bianca, ma, secondo le storie popolari del posto, si tratta di una dama vestita con abiti tipici della moda del Seicento. Sfortunatamente, la storia di questa dama non è felice e piena di amore come quella del Conte Pier Maria Rossi e Bianca Pellegrini. Secondo le leggende del luogo, la giovane donna era una duchessa e fu murata viva dal marito in una stanza del castello, dove morì di fame e di sete. Durante la sua vita, la donna fu trascurata dal marito e così iniziò a cercare nell’amore di altri uomini ciò che non le dava il suo consorte, ma, purtroppo, trovò solo delle grandi delusioni. La duchessa viveva nella più totale solitudine e tristezza e oggi il suo fantasma vaga all’interno del castello in cerca di amore.

INFORMAZIONI UTILI

Indirizzo: Strada del Castello, 43013 Torrechiara, Langhirano Italia.
Prezzo biglietto: 5 €. La prima domenica del mese la visita è gratuita.
Indirizzo del parcheggio: Str. del Mulino, 9, Torrechiara, Italia.
Distanza da Parma: 20 km.
Come arrivare: 20 minuti in auto (guardate il sito del noleggio) oppure mezz’ora con l’autobus № 12, che raggiunge Langhirano ogni ora, fermata “Torrechiara”.
Orari di apertura:
Novembre – febbraio: martedì e venerdì dalle 9 alle 16.30, fine settimana e festivi dalle 10 alle 17.
Marzo – ottobre: martedì, domenica e giorni festivi dalle 10.30 alle 19.30, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato dalle 8.30 alle 19.30.
Chiuso il lunedì. La cassa chiude 30 minuti prima.
Eventi speciali: Una volta all’anno qui si svolge la festa medievale. Si svolge il 2 giugno e nella domenica più vicina a questa data. Il programma è piuttosto ricco, potete mangiare bene, vedere la battaglia dei cavalieri, il tiro con l’arco e molto altro ancora fino a tarda sera.

informazioni e immagini reperite da: https://www.castellidelducato.it/castellidelducato/castello.asp?el=castello-di-torrechiara